Permette ai nostri più promettenti ricercatori un fondamentale percorso di formazione.

  • 9
    marzo
    2017

    Cina, Corea del Sud, Austria, Giappone, India, Thailandia, Germania, Svizzera. E poi, tanta Italia; e naturalmente Stati Uniti.

    È la multiculturalità la prima cosa che mi saltò all’occhio quando due anni fa arrivai nei laboratori del Massachusetts General Hospital a Boston. Una tale varietà di etnie e culture che ti aiutano a non sentirti mai straniero.

     

  • 13
    febbraio
    2017

    Ho lavorato per cinque anni all’Istituto Clinico Humanitas di Milano, dove mi sono concentrata sull’immunologia dei tumori e in particolare sul ruolo di alcune cellule chiamate macrofagi e natural killer (NK). Queste cellule sono protagoniste della cosiddetta “immunità innata”, quel ramo della risposta immunitaria che determina la prima reazione nei confronti del cancro o di un’infezione da parte di un microrganismo. Si tratta di una reazione molto rapida ma meno precisa della più lenta risposta “adattativa”, che richiede più tempo per organizzarsi.

  • 16
    gennaio
    2017

    Il nostro è un lavoro meraviglioso. L’emozione di scoprire qualcosa che nessuno ancora sa è un’emozione unica. Tuttavia, anche il mondo della ricerca ha i suoi punti deboli. Uno di quelli che più condiziona la vita degli scienziati, soprattutto dei più giovani, è l’impossibilità di fare qualunque programma, professionale o personale, che abbia una prospettiva oltre i 2-3 anni. È questo infatti il tempo di durata media dei progetti che vengono finanziati e che poi, nella migliore delle ipotesi, si concludono con una pubblicazione. A questo punto occorre ricominciare a sottoporre proposte e cercare di ottenere un nuovo finanziamento, per sostenere il lavoro dei 2-3 anni successivi. In questo modo è difficile fare proiezioni a medio-lungo termine o pensare di mettere su famiglia.

  • 12
    dicembre
    2016

    La mia ricerca si occupa essenzialmente di studiare il DNA non codificante, cioè la parte del genoma che produce migliaia di molecole di RNA che non servono a sintetizzare proteine e la cui funzione è ancora in gran parte da capire. A questo scopo ho trascorso due anni all’Harvard Medical School di Boston, nel laboratorio di Pier Paolo Pandolfi, indagando i circuiti molecolari tramite i quali lo sviluppo del cancro può essere influenzato da questi RNA non codificanti, che possono essere a catena breve (i cosiddetti microRNA), lunga o, come è stato scoperto recentemente, anche circolare.

    Il periodo passato negli Stati Uniti è stato un’esperienza bellissima, che ho potuto condividere con mia moglie, anche lei ricercatrice. Sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista umano consiglio a tutti i ricercatori, se possibile, di fare lo stesso. Non sono importanti solo le competenze che si possono acquisire lavorando all’estero, ma anche i contatti con colleghi di diverse discipline, mentalità e culture, provenienti da ogni parte del mondo. Il cancro, in particolare, è una malattia complessa, per cui si può pensare di colpirlo solo affrontandolo da tanti diversi punti di vista, come si impara a fare nei grandi laboratori multidisciplinari e internazionali.