Permette ai nostri più promettenti ricercatori un fondamentale percorso di formazione.

  • 13
    febbraio
    2017

    Ho lavorato per cinque anni all’Istituto Clinico Humanitas di Milano, dove mi sono concentrata sull’immunologia dei tumori e in particolare sul ruolo di alcune cellule chiamate macrofagi e natural killer (NK). Queste cellule sono protagoniste della cosiddetta “immunità innata”, quel ramo della risposta immunitaria che determina la prima reazione nei confronti del cancro o di un’infezione da parte di un microrganismo. Si tratta di una reazione molto rapida ma meno precisa della più lenta risposta “adattativa”, che richiede più tempo per organizzarsi.

  • 16
    gennaio
    2017

    Il nostro è un lavoro meraviglioso. L’emozione di scoprire qualcosa che nessuno ancora sa è un’emozione unica. Tuttavia, anche il mondo della ricerca ha i suoi punti deboli. Uno di quelli che più condiziona la vita degli scienziati, soprattutto dei più giovani, è l’impossibilità di fare qualunque programma, professionale o personale, che abbia una prospettiva oltre i 2-3 anni. È questo infatti il tempo di durata media dei progetti che vengono finanziati e che poi, nella migliore delle ipotesi, si concludono con una pubblicazione. A questo punto occorre ricominciare a sottoporre proposte e cercare di ottenere un nuovo finanziamento, per sostenere il lavoro dei 2-3 anni successivi. In questo modo è difficile fare proiezioni a medio-lungo termine o pensare di mettere su famiglia.

  • 12
    dicembre
    2016

    La mia ricerca si occupa essenzialmente di studiare il DNA non codificante, cioè la parte del genoma che produce migliaia di molecole di RNA che non servono a sintetizzare proteine e la cui funzione è ancora in gran parte da capire. A questo scopo ho trascorso due anni all’Harvard Medical School di Boston, nel laboratorio di Pier Paolo Pandolfi, indagando i circuiti molecolari tramite i quali lo sviluppo del cancro può essere influenzato da questi RNA non codificanti, che possono essere a catena breve (i cosiddetti microRNA), lunga o, come è stato scoperto recentemente, anche circolare.

    Il periodo passato negli Stati Uniti è stato un’esperienza bellissima, che ho potuto condividere con mia moglie, anche lei ricercatrice. Sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista umano consiglio a tutti i ricercatori, se possibile, di fare lo stesso. Non sono importanti solo le competenze che si possono acquisire lavorando all’estero, ma anche i contatti con colleghi di diverse discipline, mentalità e culture, provenienti da ogni parte del mondo. Il cancro, in particolare, è una malattia complessa, per cui si può pensare di colpirlo solo affrontandolo da tanti diversi punti di vista, come si impara a fare nei grandi laboratori multidisciplinari e internazionali.

  • 14
    novembre
    2016

    Il ritorno in Italia, dall’Harvard Medical School all’Università del Piemonte orientale, è stato meno traumatico di quel che si potrebbe pensare. In fondo sono cresciuta a Sulmona, un piccolo centro, e Boston è una città molto meno tentacolare di altre grandi metropoli, come New York. L’abitudine di girare in bicicletta non l’ho quindi acquisita a Novara: anche negli Stati Uniti mi muovevo su due ruote.

    Dal punto di vista lavorativo, poi, pur con le inevitabili difficoltà della burocrazia italiana, ho trovato una struttura ben organizzata, che mi ha aiutata ad avviare il laboratorio con il finanziamento di AIRC . La vicinanza e lo stretto rapporto con il reparto di Ematologia dell’Ospedale Maggiore della Carità ci consente inoltre di ricevere campioni di sangue provenienti direttamente dai pazienti, nello stesso giorno del prelievo: un vantaggio rispetto a una struttura grandissima e complessa come l’università di Harvard!