Permette ai nostri più promettenti ricercatori un fondamentale percorso di formazione.

  • 11
    aprile
    2019

    Era il 2008, avevo 22 anni e per il tirocinio della tesi della laurea triennale decisi di andare in Olanda, al Cancer Center della VU University, ad Amsterdam.

    Vi ho trascorso soltanto 5 mesi, ma sono stati tra i più intensi e decisivi della mia vita professionale. Ho collaborato a una ricerca in cui si stava cercando di capire come determinate varianti genetiche potessero incidere sugli esiti di alcune terapie contro il cancro al polmone. Ne è uscito un articolo che, ancora oggi, ad anni di distanza, continua a essere citato. Vedere che quello che abbiamo fatto ha trovato un riscontro nella comunità scientifica e medica ha di certo contribuito a consolidare la mia decisione di continuare a fare ricerca.

  • 12
    marzo
    2019

    Sono un biologo molecolare e, dopo aver passato gli ultimi anni a Bologna, oggi sono in Olanda, al Netherlands Cancer Institute (NKI) di Amsterdam.

    La scelta di questo posto non è stata difficile: potrei dire che sono state le mie ricerche a portarmi qui.

    Da tempo studio la topoisomerasi 1, un enzima che rompe e ricongiunge i filamenti di DNA ed è indispensabile alle cellule per dividersi e crescere. In un articolo che ho pubblicato lo scorso anno mi sono reso conto che l’argomento delle mie ricerche è affine a quello che da tempo si studia nel laboratorio di Bas van Steensel, qui al NKI.

    Così ho deciso di contattare Bas via e-mail, esponendogli i miei lavori e proponendo di approfondire le aree comuni tra i nostri studi.

  • 11
    febbraio
    2019

    Quando ho deciso di tornare in Italia per lavorare a Reggio Emilia, dopo aver passato tre anni e mezzo a New York al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center,molti colleghi mi hanno preso per pazza.

    Erano gli anni in cui stava partendo quella che qua chiamiamo l’avventura dell’IRCCS: l’ospedale si stava trasformando in un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico a vocazione oncologica e per farlo era necessario dotarsi di un laboratorio di ricerca.

    Non c’era ancora quasi nulla, neanche i microscopi. Ma c’era bisogno di un biologo molecolare. Così ho deciso di accettare questa sfida: mi piaceva l’idea di contribuire a costruire qualcosa.

    Da allora sono passati più di dieci anni e con il senno di poi posso dire che è stata una bella scelta e una scommessa vinta.

  • 8
    gennaio
    2019

    Freddi i francesi e i parigini; freddo il clima. Come avviene sempre quando ci si trasferisce in un nuovo posto, l’arrivo a Parigi non è stato dei più semplici. In poco tempo, però, le cose sono migliorate e oggi ho tanti amici.

    Un grande aiuto nel mio inserimento è arrivato dal posto in cui vivo: la Cité universitaire, una struttura legata all’università che ospita studenti, dottorandi, ricercatori, a volte anche professori stranieri.

    È strutturata in un insieme di edifici “nazionali” chiamate “Maison” (casa, in francese). Io vivo nella Maison de l’Italie, abitata per circa l’80 per cento da italiani; qui di fronte c’è quella del Giappone, c’è poi quella del Libano, del Marocco, dell’Argentina, della Cambogia e di molti altri Paesi che hanno importanti flussi di studenti e ricercatori verso la Francia. 
    La Cité universitaire è un micro-mondo in cui sono concentrate moltissime nazionalità e culture: ciò mi ha consentito di poter frequentare altri italiani, ma allo stesso tempo di conoscere colleghi stranieri.