Permette ai nostri più promettenti ricercatori un fondamentale percorso di formazione.

29
luglio
2019

Lo confesso: i primi mesi dopo il mio ritorno mi chiedevo “Perché sono tornato?”. Dopo aver passato sette anni in laboratori in giro per il mondo, dalla Svezia all’Arabia Saudita alla Germania, il ritorno in Calabria è stato strano.

Quando, dopo essere stato assente per tanto tempo, ricominci a vivere in un mondo che ti apparteneva, i ricordi del passato vanno in contrasto con quello che trovi nel presente. Gli amici di un tempo sono cresciuti e ognuno ha la propria famiglia, quello che facevi una volta non c’è più, vivi per il lavoro e gli affetti cari. Guardi tutto con nostalgia; è un po’ come ritrovarsi straniero in terra propria.

Nonostante ciò, la motivazione a tornare e fare qualcosa di buono qui è forte perché penso che sia un dovere riportare nella propria terra quello si è appreso con le esperienze fatte altrove, e questo è stato possibile grazie a una fellowship iCARE-2 cofinanziata da AIRC e dall’Unione europea.

Gli studi all’estero mi hanno portato a guardare al cancro in un’ottica un po’ diversa dal solito, cioè sfruttando le nanotecnologie, ovvero quelle tecniche che sfruttano le proprietà della materia a dimensioni atomiche.

Si tratta di tecnologie che potenzialmente offrono capacità di analisi e intervento inedite. In Calabria è stato attivato uno dei primi laboratori in Italia che applica le nanotecnologie alla medicina.

Il mio campo di ricerca sono le cellule staminali tumorali, vale a dire quel gruppo di cellule speciali potenzialmente capaci di generare copie di se stesse e di nuove cellule tumorali. Sembrano essere la “sorgente” del cancro e delle sue recidive, dato che tra le loro qualità vi à la resistenza alla chemio- e alla radioterapia.

Qualche anno fa, utilizzando sperimentalmente queste tecnologie, ci siamo accorti che le cellule staminali tumorali del cancro al colon sono caratterizzate dalla presenza di minuscole goccioline lipidiche (lipid droplets, in inglese). Non è ancora chiaro il loro ruolo, ma sembrano essere di grande importanza: infatti la quantità di queste goccioline è correlata all’aggressività del tumore.

Da qui abbiamo cominciato a chiederci in che modo le lipid droplets influenzassero la tumorigenicità ed è così che i nostri studi si sono incrociati con altri filoni di ricerca che negli ultimi anni hanno appassionato parecchi ricercatori. Per esempio perché le persone che assumono l’aspirina o certi farmaci per abbassare il colesterolo tendono ad ammalarsi di meno di cancro al colon?

La risposta potrebbe risiedere proprio nel fatto che questi medicinali interferiscono con l’attività delle lipid droplets. Per il momento si tratta di un’ipotesi, che nei prossimi mesi cercheremo di verificare.

Ma il nostro lavoro punta ad andare oltre: l’obiettivo primario è non solo conoscere nel dettaglio queste goccioline, ma cercare di interferire con la loro azione. La nostra speranza è che, così facendo, le cellule staminali tumorali diventino sensibili ai trattamenti.

Sarebbe un risultato eccezionale perché potrebbe eradicare completamente il tumore.