Permette ai nostri più promettenti ricercatori un fondamentale percorso di formazione.

21
dicembre
2017

Quando ero più giovane, per esempio quando stavo facendo il dottorato, spesso mi chiedevo cosa facesse il capo. In laboratorio lo si vedeva poco ed era sempre molto indaffarato.

Ora che grazie a un finanziamento Start Up AIRC ho avuto la possibilità di avviare un mio piccolo gruppo di ricerca comincio a capire. E a rendermi conto di quanto sia impegnativo, soprattutto dal punto di vista umano, sapere di essere responsabile di altre persone (già mi preoccupo di come pagare il loro stipendio tra qualche anno!). Una responsabilità che a volte fa perdere un po’ il sonno.

Dopo la laurea a Napoli, è a Verona che ho svolto gran parte del mio percorso di ricerca. La scelta della città non è stata casuale: già a Napoli avevo cominciato a studiare il pancreas nel diabete e a Verona esiste uno dei migliori centri al mondo per lo studio di quest’organo. Ho così iniziato a occuparmi di tumore del pancreas, una delle neoplasie con minori probabilità di guarigione. Ho continuato a farlo nei tre anni di post-dottorato al Cold Spring Harbor Laboratory vicino a New York. E continuo a farlo ora che sono di nuovo a Verona.

Tornarci dopo la parentesi americana è stato molto piacevole: anche se fare esperienze all’estero è fondamentale, a un certo punto tutti abbiamo bisogno di sentirci parte di un luogo e di contribuire alla sua crescita.

A Verona sto lavorando a un progetto iniziato negli Stati Uniti che riguarda lo studio del tumore del pancreas attraverso un particolare modello di colture cellulari. Gran parte della ricerca sul cancro è stata svolta fino a poco tempo fa in campioni di cellule tumorali cresciute in piccoli recipienti piatti di vetro o plastica, le cosiddette piastre o capsule di Petri. In tal modo si ottengono delle colture bidimensionali, piatte, che possono dare molte informazioni. Sono però cellule isolate, diverse dal tumore non collegate alle altre parti dell’organo e degli altri tessuti degli esseri viventi. Negli Stati Uniti ho contribuito a mettere a punto una tecnica di coltura che, attraverso l’uso di particolari supporti, consente di far sviluppare le cellule in tre dimensioni.

Si tratta di un modello molto più simile a quello che si osserva nei pazienti e quindi possibilmente in grado di darci informazioni più affidabili. Ora stiamo usando questi modelli per studiare il comportamento del tumore, le caratteristiche genetiche e come risponde ai farmaci.

Speriamo di ottenere le risposte che per questa neoplasia non si sono mai ottenute finora. Probabilmente perché i modelli di cui disponevamo per lo studio erano troppo distanti dal tumore reale.